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IL TEMPO D’AVVENTO, LA TENSIONE TRA L’UNA E L’ALTRA VENUTA DEL SIGNORE
Quanto è bello l’Avvento! Per i Padri, anche se non hanno conosciuto la distribuzione attuale dell’anno liturgico, il senso profondo di questo tempo si trovava presente in tutte le sue riflessioni. E ciò lo confermiamo perché il fatto della venuta di Dio ad abitare in mezzo a noi, nella persona del Verbo incarnato, significava, oltre della conferma che siamo stati fatti a sua Immagine e Somiglianza (questa sarà, per esempio, l’impostazione di Ireneo contro i gnostici: “Mostrò veramente l’immagine, divenendo egli stesso ciò che era la sua Immagine, e ristabilì saldamente la somiglianza, rendendo l’uomo simile al Padre invisibile attraverso il Verbo che si vede” – Adv. Haer. V, 16, 1-2), oltre a questo, dicevo, che anche la sicurezza dell’ordinamento dell’incarnazione alla passione, e cioè che la croce non è una sorta di “epifenomeno”, ossia qualcosa di secondario o accessorio quando si parla dell’Incarnazione (questo sarebbe il pensiero di tanti Padri Greci e Latini come Tertulliano per chi “la modalità concreta della morte è stata la causa della sua nascita, in latino “Forma moriendi causa nascendi est” – De carne Christi 6,6 o la di Atanasio: “Il Logos che di per sé non poteva morire assume un corpo che poteva morire per sacrificarlo come corpo proprio per tutti” – De Incarnatione 20).
Così, conferma dell’Immagine e concretezza della Croce si sintetizzano però, nella realtà della prima venuta come evento paradigmatico in modo tale che l’Incarnazione diventa il presupposto della ricapitolazione finale. Infatti, la prima venuta del Signore è ormai anticipo e, in certo senso, misura di quelli che accadrà alla fine dei tempi. Perciò, l’Avvento ha un’impostazione marcatamente escatologica: dire “Avvento” è sì dire che il Cristo è venuto ma vuol dire pure che verrà. San Cirillo di Gerusalemme in una delle sue famose “Catechesi” ci insegna: “Non è unica la sua venuta, ma ve n’è una seconda, la quale sarà molto più gloriosa della precedente. La prima, infatti, ebbe il sigillo della sofferenza, l’altra porterà una corona di divina regalità” (Cat. 15,1).
Su questo significato escatologico prende avvio la liturgia del tempo dell’Avvento che questo anno torna alle letture del ciclo A e, ciò vuol dire, riflessione sul Vangelo di Matteo. La Parola di Dio ci servirà a tracciare quattro linee di orientamento in modo di vivere meglio questo bel tempo che ci prepara alla venuta del Signore: la prima, come attualizzazione –in quanto la celebrazione del Natale è veramente la commemorazione di una nascita che si fa atto concreto e non come la celebrazione di un ricordo- e poi. La seconda, come attesa di una venuta di cui “non sappiamo né il giorno né l’ora”: tensione bella che scaturisce dalla dialettica tra realtà storica della certezza del giorno e l’ora della prima venuta e l’incertezza del riferimento cronologico della seconda.
La prima domenica la Liturgia ci da il benvenuto con Matteo 24, 37-44: l’essere sempre preparati: “se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro…”. Per i Padri significa essere sempre pronti per far fronte al Fine (Cristo) e alla fine della Vita (i novissimi, innanzitutto il giudizio susseguente). Per Ilario di Poitiers questo giudizio di Cristo costituisce la separazione finale tra santi e peccatori a cui il Vangelo fa allusione: “uno sarà preso e l’altro lasciato”: i due uomini sarebbero i due popoli, cioè i credenti e gli infedeli; le due donne che macineranno alla mola rappresentano la Legge: una parte sarà presa dalla fede stessa che opera il bene, mentre l’altra sarà lasciata nelle opere sterili della Legge “macinando in vano senza produrre il pane del cielo che è il vero alimento” (Super Ev. Mat., 26,5)
La seconda domenica ci ritroveremo con Matteo 3, 1-12 dove sorge la figura del Battista “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino”, mentre Gesù scompare momentaneamente dalla scena. Per il Crisostomo, il Battista non concedeva il dono che ancora doveva venire, cioè la remissione dei peccati, ma opportunamente preparò gli uomini che dovevano ricevere al Dio dell’universo. Perciò dentro di ognuno di noi la via della castità, della fede e della santità deve essere pronta tramite il pentimento e la conversione (Cf. Hom. Mat. 10,3).
La terza domenica mediteremo su Matteo 11, 2-11: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” Teodoro di Mopsuestia spiega che questa domanda del Battista è per beneficiare i suoi discepoli perché “tutti coloro che devono conoscere Cristo lo devono fare personalmente” (Fram. Ev. Mat., 57); da un’altra impostazione, con enfasi più escatologica, si domanda Gregorio Magno: “Perché Giovanni invia ai suoi discepoli a fare una domanda a lui stesso era in grado di rispondere? Sembra come se Giovanni non conoscesse Quello che aveva segnalato col dito!... Ma questa domanda si risolve in seguito se ci atteniamo al tempo e all’ordine degli avvenimenti; perché quanto si trovava nel Giordano fu quando confessò che questi stesso era il Redentore del mondo, ma quando è in carcere domanda se lui stesso deve venire… come se dicesse: “così come ti sei degnato di nascere per gli uomini, dacci a conoscere se pure morirai per gli uomini e scenderai negli inferi. Così io che sono stato il precursore della tua nascita avrò la fortuna di essere anche il precursore della tua discesa e così possa annunciare che tu avrai di venire al inferno come proclamai che dovevi venire al mondo” (Hom. sup. Ev. 6,1).
Finalmente, l’ultima domenica di Avvento ci riporta a Matteo 1, 18-24: la Nascita di Gesù che sarà il tema del nostro prossimo appuntamento. Ci resta alludere a un altro scrittore dell’epoca che ci insegna cosa significhi l’avvento come sinonimo di attesa e di preparazione: “Preparazione è l’evangelizzazione del mondo, è la grazia confortatrice. Esse comunicano all’umanità la conoscenza della salvezza di Dio” (Eusebio, Commento sul profeta Isaia 40, 3.9).
Per finire, una curiosità che non riguarda i Padri né la Liturgia –direttamente- ma che riguarda Cristo stesso. Scrivendo questo articolo mi sono trovato con che la versione di Word nella sua revisione ortografica italiana mi segnalava come errore la Parola “Gesù”. Ho domandato se fosse solo nel mio computer ma tanti mi hanno detto che Gesù è segnalato pure nei loro computer come sbaglio. Ho pensato che si potrebbe fare una analogia con la nostra vita. Allora, click sul tasto destro del mouse: due opzioni: “ignora” o “aggiungi”. Aggiungi. Così, pure nella tua vita; sarà la Parola più bella del tuo lessico esistenziale; infatti “la Parola (Verbum) si fecce carne per abitare in mezzo a noi” (Gv. 1,14).